Quando l'arte incontra la terra, nascono nuove storie.
Tra le antiche masserie e i campi baciati dal sole, il teatro civile di Gianpiero Borgia porta in scena le voci del passato e le domande del presente. Un racconto di come l'arte possa ridare vita ai luoghi e alle comunità, risvegliando la m
Il sole si posa sulle pietre antiche, accendendo di un oro caldo i muri a secco che disegnano i confini della nostra terra. Un ulivo secolare, con le sue radici profonde, sembra ascoltare i sussurri del vento che porta con sé storie lontane, di fatiche e di rinascite.
Di cosa parliamo
In questi giorni d’estate, un richiamo risuona tra le pieghe del paesaggio pugliese, un invito a fermarsi e ad ascoltare. Non è il richiamo della festa o del mero intrattenimento, ma quello profondo e vibrante del teatro civile. Un’arte che non si limita a narrare, ma che scava, interroga, e restituisce dignità alle vicende umane, spesso dimenticate o messe a tacere.
Parliamo di una rassegna, “Fuori dai mondi”, che ha scelto come palcoscenico non i teatri convenzionali, ma i luoghi stessi che respirano la storia e la vita del Sud: le masserie, i borghi, le piazze sotto il cielo stellato. Un’iniziativa che, secondo Repubblica Bari, vede il regista Gianpiero Borgia portare le sue messe in scena, da Antigone a Matteotti, proprio ai piedi di Castel del Monte, in una masseria che diventa crocevia di pensieri e di emozioni.
Il posto, le persone
Immaginate la masseria Sei Carri, non come un semplice edificio, ma come un organismo vivente, con le sue cicatrici e le sue rughe, che racconta di generazioni di mani che l’hanno accarezzata, lavorata, abitata. Qui, tra le mura spesse che conservano il fresco della sera e il calore del giorno, si svolge una parte fondamentale di questa rassegna. Non è solo un luogo fisico, ma un simbolo della nostra identità, un punto di ancoraggio in un mondo che corre troppo veloce.
E poi ci sono le persone. I volti segnati dal sole, gli occhi che hanno visto tanto, le mani che sanno di terra e di mare. Sono loro il vero pubblico, i custodi di una memoria collettiva che il teatro civile cerca di risvegliare. Non sono spettatori passivi, ma parte integrante dello spettacolo, perché le storie che vengono raccontate sono anche le loro storie, le vicende dei loro avi, le lotte per la giustizia e la libertà che hanno plasmato il nostro carattere.
La tappa finale a Ruvo, poi, è un ritorno al cuore pulsante della comunità, dove la piazza diventa agorà, luogo di incontro e di confronto. È lì che le parole del teatro si mescolano con il brusio della vita quotidiana, con il profumo del pane appena sfornato e il suono delle campane, creando un’esperienza totalizzante che va oltre la semplice rappresentazione.
Il cambiamento che sentiamo
Questo non è un semplice evento culturale, ma un seme gettato nel terreno fertile della nostra coscienza. Sentiamo un cambiamento, un’onda che si propaga silenziosa ma potente. Non è un cambiamento che stravolge il paesaggio con nuove costruzioni o infrastrutture, ma uno che lavora dall’interno, che rianima il tessuto sociale e culturale. Le masserie, da semplici strutture agricole o, in alcuni casi, da luoghi di un turismo patinato, tornano a essere centri di vita, di pensiero, di dibattito.
Il teatro civile, in questo contesto, diventa uno strumento per riappropriarsi della narrazione del nostro Sud, per sottrarla a stereotipi e semplificazioni. Ci permette di guardare con occhi nuovi alle nostre radici, di comprendere che la bellezza non è solo estetica, ma è anche etica, è la capacità di resistere, di lottare, di sognare. È un invito a non dimenticare, a non tacere, a non lasciare che le voci del passato si spengano nel frastuono del presente.
La domanda che ci poniamo
In questo risveglio di consapevolezza, tra le pietre che raccontano e gli ulivi che sussurrano, ci chiediamo: saremo capaci di accogliere questo richiamo, di farne tesoro, di trasformare l’emozione del teatro in un impegno concreto per la nostra terra? Saremo in grado di custodire e nutrire questa scintilla di civiltà, affinché non sia solo un fuoco di paglia, ma una fiamma che illumina il cammino delle generazioni future? Il Sud è un palcoscenico aperto, e noi siamo gli attori della nostra storia.
Fonte primaria
Approfondimento basato su Repubblica Bari.